L’asino e la tigre.

L’ asino disse alla tigre:
“L’ erba è blu”.
La tigre rispose:
“No, l’erba è verde”.
La discussione si è riscaldata e i due hanno deciso di sottoporla ad un arbitrato e per farlo sono andati davanti al leone, il Re della Selva.
Già prima di arrivare alla radura della foresta, dove il leone era seduto sul suo trono, l’asino cominciò a gridare:
“Vostra Altezza… Non è vero che l’erba è blu?”
Il leone rispose:
“Vero, l’erba è blu”.
L’ asino si è avvicinato e ha continuato:
“La tigre non è d’accordo con me e mi dà fastidio, per favore, puniscila”.
Il re allora dichiarò:
“La tigre sarà punita con 4 anni di silenzio”.
L’ asino saltò allegramente e proseguì il suo cammino, contento e ripetendo:
“L’ erba è blu”…
La tigre ha accettato la sua punizione per 4 anni, ma prima ha chiesto al leone:
“Sua Maestà… Perché mi ha punito?
Dopo tutto, l’erba è verde “.
Il leone rispose:
“In realtà, l’erba è verde”.
La tigre chiese:
“Allora… perché mi punisci?”
Il leone rispose:
“Questo non ha nulla a che vedere con la domanda se l’erba è blu o verde.
La punizione è dovuta al fatto che non è possibile che una creatura coraggiosa e intelligente come te perda tempo a litigare con un asino e venga a disturbare me con questa domanda”.
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È tutto qui. Da sempre.

Non c’è bisogno di inginocchiarsi nelle cattedrali, scalare il Tibet o costruire un dojo, una moschea, stabilire templi, ashram e sinagoghe…. Né seguire una religione, un dogma, per trovare questo ′′ Infinitamente bello ′′ che ci supera e disciplina i battiti della vita.

Siediti, stai fermo e guardati dentro. È tutto qui. Da sempre.

Federico Isahak Dainin Jôkô

Ken Zen Ichynio, un blog che seguo da tempo e che mi da sempre ottimi spunti di riflessione. Questa citazione è tratta da un articolo sulla meditazione zen, non a caso chiamato “la via della semplicità“.

Tra le varie correnti buddhiste, lo zen è quello che maggiormente mi affascina ma che paradossalmente, nella sua “semplicità”, trovo il più difficile da approcciare. Al di là dei suoi riti estremamente figurativi, vero e proprio elogio dell’estetica, e dei suoi assurdi koan,la filosofia zen è quel qualcosa che cerca di spiegare che, in fondo, non c’è assolutamente niente da spiegare! E proprio per questo chi è estremamente cerebrale fa fatica a disfarsi dell’attaccamento, anche quello del pensiero!

https://www.kenzenichinyo.blog/2021/08/e-tutto-qui-da-sempre-itafra.html?fbclid=IwAR1volKqJgQEV-lGA94wpELZFAD4DrvTOc30jO6NTR38bNBpQs1BHqvYmhk

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Liberarsi dall’infanzia.

«Non ci si può liberare dell’infanzia senza averne prima affrontato il problema molto a fondo, ciò che si sa già da lunga data grazie alle indagini di Freud. Una conoscenza solamente intellettuale non serve a nulla; efficace è soltanto un ricordare che sia anche un “rivivere”.

Nel rapido susseguirsi degli anni e nel flusso tumultuoso della scoperta del mondo, molto rimane irrisolto, in sospeso. Da ciò non ci si “libera”, ci si “allontana” soltanto. Ritornando dunque, più tardi, ai ricordi d’infanzia, vi si trovano frammenti ancor vivi della propria personalità che si attanagliano, si avvincono a noi, ci permeano del sentimento degli anni passati. Quei frammenti sono però ancora fermi a uno stato infantile, sono quindi forti e immediati. Soltanto dopo essere stati congiunti alla coscienza adulta possono perdere il loro aspetto puerile e venire corretti. Questo “inconscio personale” deve sempre essere in primo luogo liquidato, risolto, portandolo a coscienza, perché in caso contrario non si può dischiudere l’accesso all’inconscio collettivo.»

C. Jung

Prendo spunto da questa ennesima citazione di Jung per parlarvi un po’ del mio percorso analitico. Iniziato a 45 anni e mezzo, va avanti ormai da circa 18 mesi. Non vi racconterò che è una passeggiata tra i fiori, secondo me più vai avanti con gli anni più melma hai da lavare. Però vi dirò che è assolutamente catartico. Spesso dolorosamente, sì, ma in fondo benefico come nient’altro al mondo.

Ovviamente serve una grande determinazione a conoscersi, a capirsi e a imparare a convivere con se stessi. Non mi sorprende che molti abbandonino la terapia quando il carico emotivo da gestire diventa troppo ingombrante.

Poi, ovviamente, dipende dallo specialista che ti sei scelto. Tra le tante diverse specializzazioni è veramente difficile riuscire a capire chi può fare al caso tuo.

Io sono stata fortunata. Ho puntato su una junghiana e mi sono imbarcata in quest’ avventura un po’ estrema a volte, ma che mi ha veramente permesso di dire “ecco chi sono!”. Ma, soprattutto “ahhh, non ero così come pensavo!!”.

Anche se il concetto di Io e andrebbero chiariti a parte (e non ho le capacità adatte per farlo), portare alla luce un aspetto del proprio essere, permettersi di riconoscere una parte di se stessi, è una sensazione unica. Ci si sente più solidi, più “veri”. Ma la cosa più bella è guardarsi con nuovi occhi, pensarsi con nuovi pensieri. Poi resta sempre, a seconda dei traumi e dei casi, un lavoro incessante da fare sui propri trigger, su tutto quello che ci scatena delle risposte emotive incontrollate ed è estremamente deleterio per noi.

La necessità di scavare nell’infanzia, di rivivere a volte ricordi penosi, fa parte della guarigione. Che non può avvenire se non si prende atto delle ferite presenti. Il problema è che il nostro inconscio non sempre collabora, perché è impegnato a difenderci dal dolore e per farlo mette in atto negazioni, finti ricordi, oblio.

Per questo sconsiglio a chiunque di affidarsi al fai da te, ai video su YouTube o ai guru che promettono miracoli. Serve uno che sappia dove mettere le mani, che ti guidi lungo il percorso e ti aiuti a capire ed elaborare tutto il marasma che si scatenerà.

Se li hai sempre chiamati “i tuoi demoni” ci sarà una ragione. O magari non sapevi neanche di averne e lo shock è ancora maggiore.

L’unica via per l’alba è attraversare la notte, no? Basta farlo con la giusta compagnia.

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Decluttering

Periodicamente mi dedico a riordinare e selezionare gli oggetti presenti in casa e puntualmente mi ritrovo con una mole non indifferente di roba da destinare al centro del riuso, alla libreria solidale e anche all’isola ecologica.

Il decluttering di questi giorni riguarda principalemente oggettistica e libri.

C’era un tempo in cui pensavo che dai miei libri non mi sarei mai e poi mai separata, e invece ho capito che, alla fine, l’importante è conservare quelli che hanno un significato speciale per me, quelli che magari mi accompagnano da gran parte della vita. Ecco, a quei titoli non so se un giorno saprò rinunciare per donarli ad altri che magari potranno conoscerli e apprezzarli. Per ora mi accontento della pulizia dei romanzi contemporanei e fantascientifici, più vari volumi di roba spirituale (tanti di Osho) che sicuramente troveranno lidi migliori fuori da casa mia.

Queste pulizie all’apparenza un po’ drastiche sono in realtà molto salutari. Alleggeriscono non solo l’ambiente quotidiano ma anche lo spirito. Alla fine, ci si sente soddisfatti e più leggeri. In fondo, diceva un saggio: “le cose che hai finiscono col possederti.

Ci sono vari metodi di riordino, su youtube c’è letteralmente un mare di video da cui trarre ispirazione. Si va dal famoso metodo KonMari, alle pulizie svedesi, dal minimalismo al decluttering estremo.

A me, ad esempio, Marie Kondo non piace molto. Non baso quello da tenere e da buttare in base a quanto mi da gioia. Sono molto più pratica, probabilmente seguo inconsapevolmente il metodo svedese, dovrò verificare😁.

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Minimalismo: digital e social decluttering

Non so se avete sentito parlare di questa “corrente” tanto in voga negli ultimi anni, quella del less is more, per intenderci. Il minimalismo va a braccetto col decluttering, ma non necessariamente chi periodicamente svuota casa poi vive come un minimalista. C’è chi lo trova estremamente liberatorio e vorrebbe sempre perfezionarsi, come me, e chi inorridisce al solo pensiero di rinunciare a della roba. Sarà che a forza di leggere testi sul buddhismo e sul Tao ho iniziato da un po’ ad assimilare il concetto d’impermanenza e di vuoto, ma devo proprio ammettere che c’è tanta libertà nel lasciar andare le cose.

Dopo la catarsi del proprio spazio vitale, eliminando il superfluo (che TUTTI abbiamo, basta cercarlo. È assurda la quantità di roba che riusciamo ad accumulare in casa anche senza accorgercene), si respira meglio, ci si sente più leggeri e veramente più liberi. Capisco che non tutti aspirino a questo, c’è chi sostiene di stare da dio nel suo caos di oggetti, ma per chi cerca di semplificare la propria vita, fare spazio nel proprio habitat è il primo passo. Va da sé che chi sente questa necessità andrà oltre il semplice riordino e porterà questa sensazione di liberazione a un livello successivo, semplificando altri aspetti della propria quotidianità e della propria vita.

Comprendere che anche la nostra mente ha bisogno di un radicale decluttering è fondamentale. Non ce ne rendiamo conto ma ogni giorno veniamo bombardati da informazioni, spesso non richieste, che intossicano il nostro cervello.

Lo scrolling selvaggio delle home di Facebook, Twitter, Instagram, è tutto inutile caos che ci danneggia inconsapevolmente. Aprire le news ogni ora è ancora più tossico.

Ecco allora la necessità di curare la nostra attenzione esattamente come curiamo la nostra casa. Il decluttering digitale è un vero e proprio atto d’amore verso se stessi.

  • Primo step: riportare il telefono al suo uso originale. In casa, adibirgli un posto, tipo un vassoio o una mensola e lasciarlo lì. Disattivare tutte le notifiche, rispondere soltanto alle chiamate ed eventualmente ai messaggi. Vi assicuro che vi stupirete del silenzio e della tranquillità che già così facendo si crea.
  • Secondo step: disinstallare tutte le app non utilizzate negli ultimi tre mesi. Se non l’avete fatto è perché non vi servono.
  • Quarto step: pulizia dei social. Chiedetevi sinceramente: “Questo social mi dà gioia?” e agite di conseguenza. Io ad esempio odio Facebook, mi provoca stress e rabbia ed è il primo che ho fatto fuori. Instagram non se la passa meglio, mi genera ansia. Twitter, semplicemente non lo uso.

Quinto step: controllate le news una volta al giorno, massimo due. E mai prima di andare a dormire. Questo per me è stato il passo più difficile, perché ero solita cercare notizie praticamente ogni ora.

Tutto questo può sembrare difficile ma vi accorgerete della vostra dipendenza digitale e del successivo miglioramento della stessa dopo pochi giorni.

Contemporaneamente, vi sentirete meglio. Più presenti, meno distratti, più centrati.

Prossimamente vi parlerò di altri modi per predersi cura del proprio benessere. Piccole azioni che messe in atto producono un sostanziale miglioramento in noi stessi.

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